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La Terra promessa delle start up

Il Sole 24 Ore, May 12, 2014

 In Israele la partita dell'innovazione si gioca a tutto campo. Non a caso, puntando su formazione, hi-tech, venture capital e tante idee da far germogliare, il Paese è al secondo posto dopo gli Stati Uniti per numero di start up. Un ecosistema unico dove si concentrano, in base alle ultime rilevazioni del centro di ricerca Ivc, oltre 11mila tra start up, incubatori, fondi di private equity e venture capital (anche esteri), business angel.

Oggi le start up attive sono oltre 5mila, quasi raddoppiate rispetto al 2009 (erano 2.800), e ogni anno in media nascono 800 nuove iniziative imprenditoriali. La linfa vitale arriva copiosa da idee ed elevati livelli di istruzione della popolazione, ma soprattutto da consistenti risorse finanziarie, private e pubbliche, messe a disposizione dei neoimprenditori. E anche laddove questi sostegni non siano immediatamente fruibili, a far germogliare una nuova impresa innovativa ci pensa il denaro prestato da parenti e amici, a cui si aggiungono, in un secondo momento, il venture capital e i finanziamenti forniti dallo Stato. E che il fermento imprenditoriale sia diffuso lo confermano eventi come il Tau innovation day, che domani si svolgerà presso il Dipartimento di imprenditoria dell'Università di Tel Aviv, con oltre 40 start up che si presenteranno a investitori, imprenditori e potenziali partner. La prossima settimana, poi, sarà la volta dell'Israel innovation conference (MiXiii): tre giorni tutti dedicati all'hi-tech e al biomedicale, due settori strategici per il Paese.
«Israele è un modello unico, grazie al supporto che il Governo offre all'innovazione - spiega Astorre Modena, managing partner di Terra Venture partner, fondo che punta sulle energie pulite e rinnovabili -. Sono stati varati programmi a supporto della ricerca dove, a fronte di un investimento di 100mila dollari di capitale di rischio nella start up si aggiungono fino a 500mila dollari dello Stato. Non c'è nulla di così vantaggioso e questo modello attrae investitori da tutto il mondo».

I fondi pubblici mettono a disposizione circa 375 milioni di dollari l'anno, in grado da soli di dar vita a centinaia di start up. Lo Stato individua pure le aree strategiche (dal biotech alle nanotecnologie, dalla sicurezza all'energia e alle scienze della vita) e i programmi approvati ricevono per la Ricerca & sviluppo una quota di finanziamenti tra il 20 e il 50 per cento. I venture capitalist, dal canto loro, arrivano a supportare tra il 30 e il 50% del capitale.
In Israele scommettere sulle nuove idee imprenditoriali non è inusuale. È la strategia seguita da Jonathan Pacifici, general partner di Wadi ventures, un acceleratore d'impresa che nel primo anno di attività ha raccolto tre milioni di dollari e investito in 15 società. «Non forniamo molta liquidità, circa 50 o 100mila dollari per una quota tra il 7 e il 10% della nuova società - precisa Pacifici -. L'aspetto fondamentale è che assistiamo e supportiamo il fondatore nelle decisioni più importanti, aiutandolo inoltre a presentare la sua idea sul mercato europeo, grazie ai rapporti che abbiamo con investitori, banche e società di telecomunicazioni». Le proposte non mancano: ogni giorno Pacifici e Modena ricevono due o tre progetti, anche se non tutti superano il primo esame.

Ma chi non riesce ad attingere al capitale di rischio non si perde d'animo e, spesso, fa ricorso alle risorse, finanziarie e non, di familiari, amici e amici di amici, oppure a fondi esteri, come raccontano alcuni startupper incontrati a Tel Aviv dal Sole 24 Ore. Danny Weissberg, Ceo e cofondatore di Voiceitt (sviluppo di una app che in tempo reale "elabora" le parole pronunciate da persone con gravi deficit traducendole in frasi comprensibili), ha ricevuto fondi dagli Usa e dal Governo. Sono stati invece degli investitori polacchi che, insieme a un gruppo di amici, hanno supportato i primi passi di Biovo, fondata da Elad Einav e Oron Zachar, che sta ultimando un dispositivo biomedicale per pazienti soggetti a ventilazione meccanica.
«In Israele l'innovazione è nel Dna delle persone» ricorda Moshe Mamrud, presidente e Ceo del Gruppo Tadiran (energia, climatizzazione ed elettrodomestici), che qualche mese fa ha personalmente investito alcuni milioni di dollari in una start up Usa impegnata sul fronte delle soluzioni per il risparmio energetico degli edifici. Il suo è un continuo scouting e dopo una lunga ricerca ha incontrato Domenico Catanese, fondatore di Prima Vera, azienda milanese con know how e competenze nell'efficientamento energetico. Una sinergia che il prossimo 20 maggio sfocierà nella costituzione a Tel Aviv di una società che parteciperà a una gara per l'ottimizzazione e la fornitura del fabbisogno energetico di 11 ospedali del Paese (si veda Il Sole 24 Ore del 17 febbraio 2014).
Investire nell'innovazione in Israele si rivela un buon affare anche quando gli attori e i numeri in gioco sono grandi. Due settimane fa Intel, per l'impianto di Kiryat Gat, ha annunciato un piano di nuovi investimenti da 6 miliardi. Una decisione che secondo il ministro delle Finanze israeliano, Yair Lapid, porterà alla creazione di migliaia di posti di lavoro diretti e a decine di migliaia di nuovi occupati nell'indotto.

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